Summary
Highlights
Il documentario introduce la civiltà Maya, concentrandosi sulle rovine nella giungla dell'America Centrale e sui geroglifici che testimoniano la loro storia. Si sottolinea come archeologi stiano svelando i segreti dei loro sovrani, città, ascesa e rovina, con un focus particolare sull'epoca pre-classica, un periodo primitivo che si mescola al mito e precede i secoli di grandezza conosciuti finora. Nuove ricerche in Guatemala cercano un regno Maya fiorito mille anni prima del previsto, indicando la possibilità di scoprire indizi sepolti, inclusa quella che potrebbe essere la più grande piramide mai costruita, la cui storia è narrata sulle pareti.
La primavera del 2003 vede numerosi incendi distruggere la giungla del Guatemala, molti appiccati dai contadini per ottenere nuovi terreni coltivabili. Un'immagine satellitare mostra l'entità del disastro, con oltre 80.000 ettari di foresta pluviale in fiamme. Richard, un archeologo, si dirige verso El Mirador, una città perduta da secoli, minacciata dalle fiamme, credendo che le zone circostanti nascondano indizi cruciali sulle origini della civiltà Maya. I Maya, noti per la costruzione di città magnifiche come Tikal e Palenque, erano abili architetti e astronomi, con un complesso sistema di geroglifici. La loro storia classica è fiorita tra il 250 e il 900 d.C., ma si stanno scoprendo tracce di una civiltà Maya risalente a circa 1000 anni prima, nell'epoca pre-classica, le cui vestigia si trovano nel bacino del Mirador.
Da oltre vent'anni, Richard Hansen studia El Mirador per risolvere l'enigma delle origini dei Maya. La piramide di Danta a El Mirador è la più grande del sito, estendendosi per quasi un chilometro, costruita secoli prima di Cristo. Ci si interroga su come i primi Maya, ritenuti rozzi, potessero edificare una struttura simile. Richard ipotizza che dietro la costruzione ci fosse un re del calibro di Ramses o Cheope. Una piramide più piccola ha catturato la sua attenzione per iscrizioni raffiguranti una zampa di giaguaro, simbolo di un re chiamato 'Grande Zampa di Giaguaro', vissuto tra il 152 e il 145 a.C., che potrebbe essere sepolto lì. L'uso di un misuratore di resistività elettrica ha rivelato una cavità di 8x2 metri, compatibile con le dimensioni di una tomba reale, suggerendo una scoperta paragonabile a quelle dei re Maya successivi.
Alberto Rus, nel 1952, scoprì la tomba di Pakal nella città messicana di Palenque. David Friday sta studiando i misteri di tale scoperta. Rus trovò una scala coperta di detriti che scendeva all'interno di un tempio, arrivando dopo anni di lavori a una camera funeraria con un sarcofago massiccio, circondato da stalattiti, simile a una grotta sacra. Pakal era avvolto in teli di cotone, con ornamenti di giada tra le mani e cosparso di cinabro, evocazione magica del sangue. La maschera di giada, il suo volto per l'eternità, simboleggiava la sua rinascita come dio del mais, un uomo giovane e bello che dopo la morte sale verso la Via Lattea per riunirsi agli dei e agli antenati, tornando indietro nel tempo fino alle origini del mondo Maya.
Pakal e il suo popolo credevano di provenire da Can, la città primordiale, luogo di nascita del dio del mais e un'equivalente mitica di Gerusalemme o Camelot per i Maya. Questo luogo della creazione era radicato nella cultura Maya per secoli, e David Friday ritiene che si trovasse nel bacino del Mirador, con El Mirador al centro. Richard Hansen e i suoi colleghi hanno trovato indizi su vasi dipinti del 700 d.C., con geroglifici che citano nomi di sovrani e date di ascesa al trono. Simon Martin ha ipotizzato che il calendario ciclico Maya potesse indicare un'epoca precedente, retrodatando i regni di 1000 anni all'epoca pre-classica. Stanley Gunther, specialista in geroglifici, ha confermato che le date corrispondono al 392 a.C., suggerendo una dinastia di 19 re Maya sconosciuti, tra cui 'Grande Zampa di Giaguaro'.
Gli archeologi, compreso Richard Hansen, hanno scavato per metri sotto terra nel tempio del giaguaro, estraendo quindici metri cubi di roccia, lavorando in condizioni difficili di caldo e spazio. Durante gli scavi, sono emersi indizi della grandezza dei re Maya che regnavano sul bacino di El Mirador, come un'impronta di mano sinistra lasciata 2200 anni fa, che permette di connettersi con la storia. Nonostante la fatica e i pericoli, le scoperte continuano a svelare la ricchezza della civiltà pre-classica.
Francisco, diretto al sito pre-classico di Sibal, affronta strade impraticabili a causa delle piogge. Con fondi del National Geographic, ha scoperto Sibal, un altro importante sito pre-classico dimenticato. Il tempio principale era stato saccheggiato, ma esplorando un buco scavato dai ladri, Francisco ha scoperto una enorme maschera del dio del sole, alta oltre 3 metri, risalente a più di 2000 anni fa. Si ritiene che due coppie di queste maschere fiancheggiassero la scalinata del tempio, facendo da sfondo a cerimonie dove il re impersonava il dio della creazione. Questi antichi sovrani Maya ordinavano la costruzione di templi enormi, i cui materiali venivano estratti da cave vicine. Gli archeologi hanno ricostruito le tecniche di estrazione e lavorazione della pietra, rivelando l'ingegneria e la manodopera necessarie. Migliaia di persone lavoravano nelle cave e producevano intonaco per coprire gli edifici, creando una metropoli rossa e bianca al sole.
Nonostante la giungla del bacino del Mirador pulluli di vita, il suo terreno non è fertile per l'agricoltura intensiva. La domanda sorge spontanea: come facevano i Maya a sostenere una vasta popolazione? Il segreto risiede nelle paludi circostanti: i Maya trasportavano tonnellate di materiale dalle paludi per costruire giardini e orti terrazzati, come ricostruito da Richard Benson. Questo concime, base dell'agricoltura, fu il «motore» che alimentò la loro complessa società, permettendo l'esistenza di architetti, astronomi e artisti, e consentendo la realizzazione delle loro imponenti opere.
A un centinaio di chilometri da El Mirador, la cittadina di San Bartolo, inizialmente considerata di minore interesse, ha rivelato come i primi Maya vedevano l'universo. L'archeologo Bill Saturno, finanziato dal National Geographic, ha scoperto straordinarie rovine dopo un faticoso viaggio. Nonostante i predatori di tombe avessero già saccheggiato il sito, uno scavo effettuato da loro ha permesso a Bill di fare un'incredibile scoperta: un dipinto murale, uno dei più grandi e antichi mai trovati, straordinariamente ben rifinito e vibrante nei colori. L'artista Heather, che riproduceva antiche opere Maya, ha contribuito a comprenderne il significato. Il dipinto, definito la 'Cappella Sistina dei Maya', è una potente opera sulle origini e la creazione, che cambia la nostra comprensione della cosmologia Maya. Rappresenta una scena del mito della creazione, che riappare 1500 anni dopo nel poema epico Popol Vuh, narrando la storia del dio del granturco, divinità centrale, la cui morte e resurrezione simboleggiano l'alba del mondo.
Ad Antigua, i ricercatori studiano i geroglifici di San Bartolo, caratterizzati da una calligrafia elaborata e mai vista prima. David Stewart, grande interprete dei geroglifici, li ritiene una delle prime espressioni della scrittura Maya, precedente alla standardizzazione, anche se il loro significato rimane un mistero. La storia della decifrazione della scrittura Maya ha radici nel Messico del 1549, quando Diego de Landa, un frate francescano, tentò di convertire i Maya al cristianesimo. De Landa, ritenendo 'satanici' molti riti Maya, ordinò la bruciatura di tutti i testi sacri. Durante la conquista spagnola, un enorme patrimonio di conoscenze Maya andò distrutto.
Paradossalmente, Diego de Landa, colui che ordinò la distruzione dei testi Maya, fu anche la chiave per la loro interpretazione. Cercando di comprendere la cultura per sradicarla, sviluppò un 'alfabeto' Maya con l'aiuto di uno scriba chiamato Gaspard Antonio. Questo alfabeto, inizialmente ridicolizzato, scivolò nell'oblio per 400 anni. Nella primavera del 1945, Yurij Knorozov, un giovane soldato dell'Armata Rossa, trovò un volume sulla scrittura Maya nella Biblioteca Nazionale di Berlino in fiamme. Tornato in Russia, Knorozov si immerse nello studio e, senza mai essere stato in territorio Maya, riuscì ad applicare l'alfabeto di De Landa, decifrando la scrittura Maya del periodo classico. Scoprendo che i muri degli edifici erano veri e propri libri che registravano eventi importanti come nascite, matrimoni, battaglie e morti, Knorozov aprì la strada alla comprensione di questa antica civiltà.
David Stewart segue le orme di Knorozov, cercando di decifrare la scrittura Maya del periodo pre-classico, un'impresa ardua per i disegni inediti e complessi. Tuttavia, ha identificato un geroglifico che significa 'signore' o 're', una delle prime testimonianze scritte dei re Maya pre-classici. Nel frattempo, a El Mirador, Richard Hansen, dopo aver sfondato un muro all'interno del tempio del giaguaro, si ritrova di fronte a terra e detriti, senza la camera prevista. La tomba del re 'Grande Zampa di Giaguaro' continua a sfuggire, suggerendo che la dinastia dei re perduti potrebbe essere solo un mito. Richard, tuttavia, è determinato a non arrendersi e sta già preparando gli scavi in un altro tempio. L'immagine di un re pre-classico, raffigurato nel dipinto murale di San Bartolo, seduto sul trono, con il corpo dipinto di rosso e bianco, riceve il sacro fascio, simbolo del suo potere, in un tempio con sacrifici umani dedicati al dio del granturco. È un'immagine di forza e maestosità.
Nel secondo secolo dopo Cristo, molte città del bacino del Mirador scomparvero. Richard Benson ipotizza che una delle cause fosse l'abuso degli intonaci a calce. Per fabbricare l'intonaco, i Maya riscaldavano pietra calcarea su fornaci a legna, utilizzando enormi quantità di legno verde appena tagliato. Si stima che per rivestire un edificio di grandi dimensioni fossero necessari 500 ettari di foresta. A El Mirador, la tendenza era costruire edifici sempre più grandi, portando alla scomparsa delle foreste e alla distruzione delle paludi, da cui dipendeva la loro agricoltura. Con lo sfruttamento della foresta, l'argilla si riversava nelle paludi, rendendole inaccessibili e inutilizzabili per l'agricoltura, causando una carenza di cibo che contribuì al declino della civiltà. Quello che avvenne potrebbe ripetersi oggi, in quanto la culla della civiltà Maya è di nuovo vittima di aggressioni, questa volta da parte di contadini e allevatori del XXI secolo. Richard Benson sta lottando affinché il bacino del Mirador diventi una riserva archeologica protetta, sperando che la giungla, che un tempo inghiottì le città Maya, continui a proteggere le loro vestigia.